Intermezzo (punto e accapo)

Ciao a tutti! Non ho parlato del mio dopo-Lucca, vero? No, perché non sono una di quegli autori che finita la fiera tornano a casa con mille nuove idee e scrivono su facebook “Dopo Lucca, partiamo con un nuovo progetto!”… a me quei quattro giorni ammazzano il cervello e dopo devo aspettare quasi un mese prima di farlo ripartire come si deve (si spera). Quindi, volevo disegnare il fumetto dopo-Lucca ma appunto quella pappetta che era diventato il mio cervello s’è rifiutata categoricamente (ma ci ho provato, lo giuro).
Dunque, non so cosa scrivere riguardo la fiera, ho già fatto i miei personali ringraziamenti su facebook, quindi non voglio ripetermi. Dirò solo che sono stati quattro giorni speciali, passati in compagnia degli autori (tutti stra bravi, cazzus, e simpaticissimi) e dello “staff” della Kleiner Flug (con cui ho pubblicato London Calling), ed è stato fantastico far parte di una “famiglia” così unita. Poi io sono abbastanza asociale, quindi non è scontato per me stare subito bene con qualcuno. Coi ragazzi della KF invece è venuto tutto naturale, adesso posso aggiungere alle cose che mi fanno dispiacere di essere all’estero anche il fatto che non posso farmi il tour delle fumetterie italiane con loro!
Volevo prendermi due righe per ringraziare (ancora) Alessio D’Uva, editore della KF (che praticamente mi supporta dagli anni della Scuola Comics di Firenze) che mi ha proposto di fare un fumetto per lui e che a Lucca ha “scordato” il suo ruolo di editore e mi ha accompagnata da altre case editrici per promuovermi… non ho veramente parole per ringraziarti di credere in me, Alessio, sul serio!
E gli altri ringraziamenti (oltre a chi ho già menzionato su fb) sono per quei pazzi che hanno comprato il mio libro, ecco, siete le persone che poi mi danno la spinta per lavorare e cercare di fare del mio meglio! Grazie per i complimenti e le bellissime parole!

Tentiamo di sopravvivere all'influenza a Lucca.

Tentiamo di sopravvivere all’influenza a Lucca.

Adesso, non scrivo questo post solo per dei ringraziamenti o per dire che fare fumetti è bello (quello, lo sappiamo già), ma per fare il punto della situazione. Se la vostra reazione all’ultima frase è “Esticazzi?”, non proseguite con la lettura.
Sono una piccola autrice di fumetti ed ho ancora un sacco da imparare, è da tre anni che i miei libri vengono pubblicati, che non è nulla in confronto ad una vita di lavoro, ma vedo che le persone che li comprano sono sempre entusiaste, quindi credo di poter dire che sto andando in meglio. MA e c’è un ma, che sennò la vita scorre troppo tranquilla, mi chiedo se mi piace quello che sto facendo. No, aspetta, fare fumetti mi piace un sacco. Quello che mi chiedo è se so con certezza cosa fare adesso, nel senso: quale stile narrativo mi rappresenta di più? Finito London Calling ero convinta di voler continuare con quello stile, ovvero storie auto conclusive di tre/quattro/cinque pagine. Ma è quello che so fare meglio? E’ lo stile che voglio sviluppare? Dopo Lucca non lo so più. Ma non è colpa del Lucca Comics, è che dopo aver finito il fumetto ho fatto una lunga pausa, e mi son detta “Adesso non scrivo più niente per un po’, perdio, ché son sei mesi che non stacco la testa dal fumetto”. E così è stato. E poi c’è stato Lucca, e poi il ritorno a casa e quindi sono un paio di mesi che non scrivo nulla e poi ora mi sento il fiato sul collo perché non so cosa diavolo inventare. E ho provato a scrivere qualcosa ma siccome sono in pre ciclo o forse solo perché ho un caratteraccio o forse sono gli ormoni impazziti… insomma, tabula rasa.
Non è in un paio d’ore o in una giornata che arrivano le idee per una nuova storia, ne sono stra consapevole. Ma in un paio di giorni puoi già capire qual è la tua attitudine verso una cosa che stai per iniziare a fare. E l’attitudine della mia testa, quando ho detto “Ok, via, iniziamo a scrivere storie brevi di qualche pagina” è stata “NOPE! NOPE! NOPE!” Ho provato l’ansia da prestazione che ho avuto quando ho iniziato London Calling.
Scriverlo mi ha fatto scoprire un sacco di cose, più su di me che su altro (ne avevo già parlato nel post precedente), e non è che le ho “scoperte”… realizzare questo fumetto le ha evidenziate.
(Non stento perciò a credere, dopo averle viste, che la gente che ha a che fare con me per la prima volta mi consideri pazza o schizofrenica o, nei casi peggiori, una scema totale).
Se mi guardo indietro e penso a London Calling, vedo sì un sacco di felicità per avere l’opportunità di fare qualcosa di diverso dal mio solito e cercare di sviluppare uno stile più complesso di quello di una singola vignetta, ma vedo anche un sacco di panico ed agitazione. Panico perché “è la prima volta”, panico per la scadenza, panico perché “mio dio e se non fa ridere?”, panico perché “è sei mesi che sto dietro ad un’unica storia, non ne posso più” e infine panico perché “mio dio ma allora fare fumetti non mi piace?!!11?112Komblotto!1”. Che volete che vi dica, non sono mai stata una tizia zen o riflessiva, ad un certo punto bisogna arrendersi all’evidenza! A volte mi sento letteralmente come una pallina di un flipper. Quando faccio qualcosa che mi piace mi ci butto con entusiasmo, ma se non ho stimoli costanti rischio di annoiarmi e aver paura di annoiare. Ho bisogno di novità e stimoli quotidiani in quello che faccio e dopo London Calling (forse) ho capito che ho bisogno di tranquillità e di vivermi delle giornate scialle. Ho capito che certe aspettative me le sono create io, che io mi sono data dei limiti e delle regole che forse non fanno per me. C’è chi sta anche due anni su un fumetto (e vien fuori una figata), ma io non ho la pazienza necessaria per farlo. Mi sembra quasi un personale fallimento, ma forse si tratta solo di carattere. Di non volere/sapere fermarsi. Ché quando mi fermo (parlo in generale) mi sento un animale in gabbia. Forse è solo schizofrenia. Insomma, non voglio darmi dei paletti ed obbligarmi a fare cose che non so se mi piacerà fare, almeno nel mio lavoro, santo cielo, che è una delle cose che più amo della mia vita… quindi, punto accapo.
Forse so quello che voglio fare e già ho iniziato a riempire un quaderno nuovo con nuove idee, forse lo stile che più mi rappresenta sono le strisce, le storie di una pagina. O forse tra un mese incomincerò a scrivere un fumetto di un’unica storia di duecento pagine, chi lo sa. L’importante è sapere che non deluderò le aspettative di nessuno, e soprattutto della critica più severa, la Pigna nel Culo, cioè me stessa.
Per ora volevo solo buttare giù questo (lunghissimo) promemoria per ricordarmi di lasciarmi guidare dall’istinto come ho sempre fatto.
(Ah, non voglio che le mie parole siano male interpretate, scrivere London Calling è stato un po’ stressante ma il risultato finale mi piace da impazzire e sono davvero felice di aver scritto questo fumetto! Lo guardo e gli dico che gli voglio bene.)
Comunque, per il futuro, cercherò sempre di ricordarmi una frase di Bill Hicks che forse è il succo di tutto il delirio qui sopra: It’s just a ride. E stiamo scialli, santo cielo!
Ciau e sempre rock’n’roll!
Andrea

Ah, se volete comprare London Calling e leggere quanto ti sconquassa vivere a Londra, lo potete trovare QUI! 😀

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